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Fiato sospeso

Quando ho deciso di mettere il naso fuori, per la prima volta, è stato molto emozionante.

Non uscivo da due mesi, non avevo mai indossato prima mascherina e guanti: mi strofinavo le mani con la saponetta e l’acqua bollente ogni volta che un oggetto “nuovo” entrava in casa.

Prendevo il sole dal poggiolo, questo sì. Ogni volta che c’era. Godevo il silenzio degli uomini – auto, biciclette, passi – ed il trionfo del mondo animale: il gracchiare di una cornacchia installatasi sul campanile di fronte a me, il tubare dei colombi, il cinguettio degli uccelli.

Poi, qualche giorno prima della Festa della Liberazione, ho deciso che era il tempo di uscire.

Avevo le gambe di legno, gli occhiali appannati dalla mascherina e non ho incontrato nessuno.

Sembrava di essere in un film del genere apocalittico: tutto era fermo a febbraio.

I cartelloni che annunciavano la Festa del Carnevale, i film previsti al cineforum del paese, i dibattiti e le mostre a Padova.

Tutto fermo, fiato sospeso.

Eravamo tutti in attesa: attaccati alla televisione che sciorinava i dati di contagi, morti e ricoverati in terapia intensiva, le discussioni ed i litigi fra “scienziati”, commentatori, giornalisti ed esponenti politici.

Ma la vita sotto traccia scorreva. Una vita diversa. Disintegrate le abitudini consolidate, ci confrontavamo con la rarefazione dei rapporti, del rumore e del subbuglio, calati in un’atmosfera da monastero cistercense: non potevamo sfuggire a noi stessi.

Qualche brutto incontro con nostalgie, rimpianti. Qualche scoppio di luce per un sorriso ed un momento di felicità. Volti, situazioni, immagini qualche volta sbiadite e qualche volta più nette, definite.

E poi una domanda che è cominciata a salire con il suo carico di angoscia: che futuro ci aspetta? Quale futuro aspetta le mie figlie? Saremo così sconsiderati, tutti quanti noi abitanti di un mondo malato, a far finta di niente, da non aver imparato nulla di quello che questo microrganismo ci ha spiegato del clima, dell’atmosfera, delle coltivazioni e degli allevamenti intensivi, delle produzioni inquinanti, delle abitudini alimentari suicide, della deforestazione che avanza, della legge del profitto che dominando il mondo lo conduce per mano alla catastrofe?

Fra una settimana esatta compierò settant’anni. La prima volta che ci ho pensato ho scritto “C’era una volta”: mi hanno detto che era una storia depressiva.

Poi ho detto a mia moglie che ero depresso e ci è mancato poco che alzasse le mani su di me: si é sentita tradita, perché, in definitiva ciascuno di noi si sente artefice della felicità dell’altro quando lo ama immensamente e vorrebbe custodirla e proteggerla.

Era prima che uscissi.

Uscire è stato attraversare una sottile linea di confine: tra la piacevolissima zona di comfort abbarbicato sul poggiolo al sole e il mondo, quello che c’è e quello che verrà.

Mentre scrivo, registro che le mascherine sono state inglobate a pieno titolo fra gli oggetti di consumo e di status: per colori e per taglie, in tinta con gli abiti, tricolori o con i bordini colorati: sembra che il tipo più snello, di colore nero sia quale più trendy.

C’è attesa per la Fase due. Sarà crisi economica? Fiato sospeso.

Riaprono le Chiese per le Messe, ma non i teatri.

L’aria è più pesante ed i fiumi che scorrevano limpidi espongono le ingiurie degli sversamenti industriali.

Però io ho imparato una cosa importante.

Adesso quando le mie figlie mi si avvicinano con un “Papà…?” denso di attese, non dirò più “Aspetta” oppure “Dopo” o “Un momento” come ho fatto miliardi di volte per tutte e quattro le figlie, ma risponderò con un “Sì, eccomi!” che ha una tonalità biblica e significa una cosa semplice e profonda insieme: sono qui per te.

Perché poi fa male e fa piangere lacrime amare passare in rassegna le fotografie dei figli ormai cresciuti e rimpiangere i momenti non vissuti, quelli persi e volati via.

La vita è adesso. La loro. E la mia: anche se ho quasi settant’anni.

Pubblicato inGenerale

Un commento

  1. Angela Scaglione Angela Scaglione

    Una confessione che mette a nudo i timori che tutti stiamo vivendo. La consapevolezza che il tempo va vissuto ma, anche gustato come una pietanza buone e saporita. si, amico mio settantanni come me, vissuti in modo completo, amando senza remore, figli, compagni, nipoti, amici. Che bella cosa la vita! Dai che cela godremo tutta, attimo per attimo, magari alzando un calice di buon vivo e brindando a lei e a noi. Prosit, Pierluigi!

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