Un pomeriggio di agosto in montagna, tra nubi nere e brontolanti, una donna con grandi occhi
limpidi e pieni di curiosità e un bambino biondo e un po’ grasso per mano vide in una stradina
deserta un uomo alto che somigliava a Clark Gable.
Per nulla tranquilla, stringeva la mano a Francesco intimidito o forse impaurito dal rumore di contesto.
Il sole per esserci c’era, giocava in quel tempo della giornata, a nascondino: era un fatto che
rallegrava e divertiva il rubicondo biondino. Odorava di temporale l’aria a tratti greve, dopo
sottile come la quota esigeva, si era a 1000 metri sopra il livello mare, il nome del luogo era
chiaro: Recoaro 1.000, altrimenti noto come Fongara. Scese a Recoraro, perplessa e turbata, la
vista del personaggio vero somigliante a quell’attore americano, impose in Salomè, dagli occhi
grandi e limpidi, un fremito, calcava le pietre e le calate che sopportarono l’autore che sin dai
tempi del liceo Pigafetta, l’aveva intrigata. Il luogo lo conosceva, era come un ritorno a casa, lo
aveva frequentato proprio perché i suoi cugini erano di lì. Francesco era il primogenito di Clara,
l’unica femmina tra i suoi parenti, titolare dell’Hotel Trettenero situato al centro della località
termale. La passeggiata intrapresa verso le acque, la disperse, come si perdono i pensieri in
meandri imprevedibili. Viottoli e stradine di prossimità abbondavano, finivano tutte nei boschi
sovrastanti. Le somiglianze si affastellano e le esperienze si accavallano, indagando scoprì che
quella sagoma d’uomo, più che all’americano, le ricordava di quel tale, Friedrich, Wilhelm
Nietzsche che nell’estate del 1881, durante il suo soggiorno, perfezionava, proprio in questo
luogo, la scrittura di “Così parlò Zarathustra”.
Questo libro e le sue parole hanno contaminato il luogo, come lo spazio scena “Recoaro”. Così è capitato che il verosimigliante attore americano, appariva come una sorta di divinità. Si, come quel tale Zoroastro fondatore dell’antico credo persiano chiamato da lui Zoroastrismo ; basato sul monoteismo e la contrapposizione manichea di bene e male. Nietzsche, in questa località lieve, passava le acque, pensò a un tipo nuovo o diverso di Zarathustra, profeta e fondatore di religione, ossia colui che predica al mondo, col suo esempio, la trasvalutazione dei valori, di tutti i valori fino ad oggi considerati tali.
E’ la pedagogia di Zarathustra che intriga Salomè, proprio da pedagogista quale si ritrova ad
essere. Zarathustra, come vuole il suo narratore pensatore, comunica agli uomini e annuncia loro in sostituzione, una nuova dottrina, quella del superuomo, un’etica del superamento di sé che vuole liberarli, dalle loro aspirazioni mediocri, dall’idea di un “mondo dietro al mondo” avallata dalla metafisica, dal Cristianesimo.
In effetti Salomè è, con il suo quasi nipote giovinetto, lui come termine per non disperdersi, qui,
proprio qui, per elaborare come lutto la sua diafana bellezza, la fine della sua età fertile, tempo di passaggio da un tempo del “se” responsabile, come femmina in comunità d’umani ad un essere “se stessa” incapace a restituire vita ma capace di donare il suo pensiero.
Un mondo da comprendere e da intendere “un se trasformato”dove il dono ha la sua dimensione reale. Per essere una bella donna, sì, l’ambiente socio culturale che frequentava, lo riconosceva; era quell’essere come Dea pagana, leggiadra e leggera che le impediva di essere quella donna, così come lo sono le donne conosciute. Il pomeriggio ravvisa la sera, le nubi oscure, passate di valle, il sole volgeva dietro il massiccio del Pasubio ad occidente, con Francesco s’affrettava incuriosita, rassicurata e rassicurante. L’uomo alto e baffuto che stava ancora lì come prima. A tre passi da lui, la riconosce ed esclama: -Donna Salomè, il tuo fascino ti porta dove il cuore più ti palpita. Sono Zoroastro tua guida e tua fede! – Era il crepuscolo, quando comprese, lei donna, con gradi occhi limpidi ed un corpo di scuola canoviana, d’aver riconosciuta la sua intra specifica divinità.
nell’immagine: vista su Fongara


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