Non è semplice far capire agli altri perché si crede in certe idee, e perché è importante continuare a vivificarle, o anche a metterle in discussione quando non sussistano i presupposti per sostenerle ancora.
Spesso risultiamo antipatici, puntigliosi, scomodi, poco accomodanti.
Nulla di tutto questo, quando la posta in gioco è il nostro benessere, personale e quindi collettivo.
Tutti abbiamo faticato, e fatichiamo, ma che valore diamo al nostro percorso personale, di studio e di lavoro?
Ho conosciuto, un tempo, persone di estremo buon senso, che non si gloriavano delle proprie capacità, ma ne facevano tesoro e le mettevano a disposizione degli altri.
Ho, ad esempio, una gratitudine immensa per la mia maestra delle elementari.
Appartenevo ad una classe di ventotto alunni, una di quelle che oggi viene definita “una classe pollaio”.
La mia maestra non faceva differenze tra i suoi alunni. Li amava tutti, e tirava fuori da ciascuno il meglio che potesse offrire. Altri insegnanti non avrebbero voluto certi ragazzi, ma lei era diversa.
Si viveva nei tempi in cui i bambini benestanti stavano da una parte, e quelli più poveri dall’altra, purtroppo.
Eppure che fortuna avere Lei come insegnante!
La più colta ed intelligente, direi, per quella che è stata la mia esperienza ed osservazione.
Quando io ed alcune compagne giravamo per la scuola, silenziose ed educate, per andare in bagno o per assolvere a certi compiti a cui eravamo state istruite, sentivamo grida e rimproveri nelle altre aule.
Io no, io sentivo amore, comprensione, calore ed umanità.
Ma non erano i “buoni sentimenti” fine a se stessi, anzi. Erano invece sostenuti da competenza e creatività.
Si imparava l’italiano scrivendo davvero, continuamente. Non esistevano crocette o test. Ogni nostra storia era inserita in una rubrica, diversa a seconda degli scopi: “Storie vere”, “Invento e scrivo”, “Descrivo”…
Si imparava la grammatica giocando, ma seriamente, e così la matematica, a cui si dedicavano almeno due ore appena entrati a scuola.
E dopo cinque ore si rimaneva incantati, gli ultimi dieci minuti prima della campanella, ad ascoltare, in religioso silenzio, le favole. Non favole qualunque, ma quelle scritte da Lei.
Sapeva scriverle e raccontarle, ma mai ci ha detto che ne era Lei l’autrice e che le pubblicava. L’ho scoperto solo da grande, quando me ne ha fatto dono. Non aveva bisogno di vantarsi.
Non mi rimproverava quando, come Calimero, dicevo “non sono d’accordo”, a volte solo per il gusto della discussione, come ancora mi capita, per non sentirmi omologata o accondiscendente. Rispettava le mei idee, e soprattutto la mia personalità curiosa e dubbiosa.
Che bello!!
Cosa ho imparato, dunque, da Lei?
A dare valore alle conoscenze, senza assolutizzarle, ad essere fantasiosa, ad esprimere me stessa, le mie idee, a scriverle anche, perché scrivere fa bene.
Ad essere per essere, insomma!
Essere per essere
Pubblicato inGenerale


Sii il primo a commentare