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Drums

Ieri sera mi è venuta voglia di suonare la batteria.

Di ricominciare farlo, almeno. Ho cercato le bacchette, retaggio di un passato lontano di “batterista”, ma le avevo messe da qualche parte per non perderle e come mi capita spesso non mi ricordavo dove le avevo riposte e quindi le ho perse.

Allora ho preso due matite delle figlie e sul divano ho cominciato a seguire le canzoni di uno dei CD di Vasco a Modena.

Bello, travolgente: sono stato a picchiare sul divano per tutti i 12 pezzi di quel CD. Ed ho visto che il ritmo era giusto e che soprattutto seguivo benissimo la linea ritmica del basso, della cassa, dei piatti e del rullante.

Sarà anche questo come andare in bicicletta. Una volta che lo hai imparato, non lo scordi.

In verità ho imparato a suonare suonando da autodidatta a 14 anni quando insieme a Armando, Paolo e Peppino, miei compagni di classe, formammo una “band”.  La scelta dello strumento avvenne per esclusione: non sapevo suonare nient’altro, mentre gli altri tre una chitarra in mano sapevano tenerla e soprattutto erano intonati. Eravamo in quel periodo meraviglioso della vita in cui gli amici non si staccano per nessun motivo e se devono fare una cosa la fanno insieme, a costo di farla anche male, con una passione che li unisce. Una passione che viene dalla voglia di stare insieme e che si trasfonde nella musica.

Ho picchiato duro sul divano di casa, agitando a tempo anche i piedi. La musica era ad alto volume, l’impianto è molto buono e le note uscivano pulite, limpide ed era un piacere seguirle. Una musica che sentivo rimbombare sulle strade, fra le colonne della loggia sotto casa, che correvano contro il frontespizio del Duomo e verso una luna rotonda che regalava la sua luce sulla piazza vuota. Erano le sette di sera, pochi passanti, da soli, nessuna auto, vetrine spente, i tavoli fuori dai bar lasciati a comporre un arredo urbano da film apocalittico.

E’ tornato. “Il male” ha ripreso a girare. La paura – o la paura di avere paura o lo sforzo di non averla – compongono di nuovo lo sfondo delle nostre faccende quotidiane.

Ma questa volta, accettando di avere paura, voglio fare mio l’insegnamento di Mago Merlino. E lo voglio dire a mia moglie, adesso che si sveglia, e dirle che “imparare qualcosa” è un potente analgesico per l’ansia e la paura.

E’ un insegnamento “antifragile” per buttare il cuore al di là dell’oggi e per spingere la mente verso nuovi orizzonti, oltre il tempo e le sue scansioni giornaliere di contagi, di letti in terapia intensiva, di morti.

Al di là: anche questa volta. Senza prometterci niente ora, senza rassicurarci l’un l’altro, perché adesso è diverso: siamo più soli e più divisi.

Ma saremo fuori e ci parleremo sorridenti: “dopo la tempesta, dopo che tutto sarà finito”.

E io avrò imparato a suonare un po’ meglio la batteria.

“La cosa migliore da fare quando si è tristi”, replicò Merlino, cominciando a soffiare e sbuffare, “è imparare qualcosa. È l’unica cosa che non fallisce mai. Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C’è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare. Impara perché il mondo si muove, e cosa lo muove. Questa è l’unica cosa di cui la mente non si stancherà mai, non si alienerà mai, non ne sarà mai torturata, né spaventata o intimidita, né sognerà mai di pentirsene. Imparare è l’unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da imparare.”

Thomas White, Il Re di una volta e del futuro

nell’immagine: Mike Portnoy a Rio De Janeiro, 2006

 

 

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Un commento

  1. Mino Mino

    Non solo è come andare in bicicletta, entro certi limiti, ma il suonare è una cosa che resta dentro. Non passa mai del tutto.

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