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Domenica

Pancine dei gazawini, fatevi capanna. Questo pensavo stamani mentre impastavo e davo forma ai dolcetti, infornavo e sfornavo.

Dozzine di ca’ek al ‘aid, i biscotti palestinesi delle feste, in una cucina, la mia, trasformatasi in laboratorio di bontà per accogliere degnamente i miei ospiti d’onore: quattro anni in due e gli occhi più intensi in cui mi sia mai specchiata.

Uocchije comm aulive nere, che guardano senza parlà.

Ma poi, come sempre accade con i bambini, la realtà supera le aspettative 2.0, e quindi, presi dai giochi e dal tentativo riuscito di dare un riassetto creativo alla mia casa, hanno pensato a tutto fuorché al cibo.

Poco male: riunisco i biscotti in una teglia e li impacchetto. Numerose colazioni saranno allietate dal sapore di casa, di Gaza, di Palestina.

C’è da fare acquisti. Odio farli di domenica, il giorno che il Signore avrebbe consacrato al riposo, ma non è possibile rimandare: una bimba di mia conoscenza ha iniziato a muovere i primi, traballanti passi e questo è l’unico giorno della settimana in cui ci è concesso di godere della reciproca vicinanza.

Il gazawino del mio cuore invece reclama il mare.

Non si è ancora rassegnato al fatto che le domeniche pomeriggio da ora in avanti non saranno più allietate dall’abbraccio caldo delle onde. C’è da spiegargli qualcosa a proposito dei cambiamenti, e chi più di loro può comprenderli? Più prosaicamente, comunque, si accontenta di un ganzissimo paio di boot. Lo stemma delle ali di pipistrello più celebri tra i bambini indica una soletta giallo limone che si illumina mentre il suo novello proprietario cammina.

Si torna che è buio.

In auto, guardano video del tempo che fu, accompagnati dalle spiegazioni della loro mamma: c’è il papà, sido e teta – i nonni palestinesi – il fratellino non sopravvissuto alla strage di Erode, gli zii, la casa, la vita com’era, sottratta con violenza. Piccole istantanee del passato che meritano di essere viste, rivissute, elaborate attraverso il ricordo.

Ripenso alle ultime parole dell’usignolo di Palestina, Rim Banna, mancata ancora giovane come accade a gran parte del suo coraggioso ed indomito popolo: nostalgia di casa e amore per la vita, uniti ad una non comune capacità di reagire al male che viene loro inflitto, senza perdere una briciola di un’umanità inspiegabile, sorprendente.

E questo è.

“Correrò come un cervo a casa mia. Preparerò la cena, organizzerò la casa e accenderò le candele. Aspetterò il tuo ritorno sul balcone, come al solito. Mi siederò con una tazza di salvia, osservando le colline di Ibn Amer, e dirò: questa vita è bella, e la morte è come la storia, un falso capitolo”.

Pubblicato inGenerale

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