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Cristo o Dionisio, ma

Oggi ero allegro perché c’è stato il sole e il cursore del mio word andava dritto verso il cuore del mondo, lo spingevo avanti e indietro e vedevo la sua gioia esuberante, che esuberava, esuberava, esuberava, ma tanto, tanto, tanto.
Ed era tutto bello, tutto un fiorire di colori, camion verdi, suv rossi, monovolume arancioni, utilitarie viola, furgoncini gialli, corriere rosa e tutti che andavano, esuberando, di esubero in esubero. Esorbitante.
Ma poi sono diventato triste, tutto era grigio, mogio, oscuro, la vita trafitta dall’orgoglio in esubero sventolava al vento come le antenne della tv sulle case. E allora ho pensato ai miei gatti, quelli morti, che poveri, a tutti loro, con le loro diversità, coi loro piccoli grandi sogni, con le loro particolari caratteristiche, tutti unici, e mi sono ricordato di Cini, Pucci, Cucci, Mimmi, Mimi, Cicci, Ciuciù, Cincin, Caucciù, ecc., non li nomino tutti perché mi si spezza il cuore allo scrivere il loro nome sulla tastiera. E tutto era malinconico, brutto, senza senso.
Eppoi, mangiando un krapfen alla crema, sono tornato felice, sono andato a fare un giro in bicicletta e la campagna era piena di palline da tennis colorate con le quali gli uccelli giocavano a biliardo facendole finire contro le vetrate delle case, e c’erano villette a schiera che ballavano la polka, mentre alcuni condomini fumavano la pipa osservando i segnali stradali improvvisare un canto della guerra del ’15-18 aiutati dai vigili urbani che li innaffiavano con grappa veneta doc. E i bambini tiravano sassi alle automobili, ma solo a quelle che superavano di 50 km orari il limite di velocità. Era così bello.
Ma poi la tristezza venne giù come miele, pensando a quel tempo antico in cui, se vi fossi nato, avrei potuto essere un parrucchiere e scolpire le teste di tutto il paese, costruire la sagoma di ogni persona, dal sindaco al prete, dal macellaio al dottore e invece no, sono nato nel tempo sbagliato e allora tutto è così squallido, difficile, inconcepibile e non va bene niente. Un parrucchiere… per essere a casa tutte le sere, accendere le candele e leggere le mie due sfere.
Eppure dopo il tramonto una nuova frenesia mi ha preso tutto ad un tratto, le luci degli alberi di Natale hanno iniziato a colorare il paese e dal cielo si potevano scorgere orde di Angeli incazzati neri che con la spada sguainata tagliavano tutte le cime dei pini addobbati a festa, recidevano le lunghe file di luci colorate che solcavano gli edifici, sputavano in testa alla gente con una mira decisamente migliore dei piloti americani, e con molto meno danno. I campanili in rivolta si allontanavano dalle chiese correndo verso la campagna e insieme intonavano lo Stabat Mater. Tutto era tornato come quel giorno, in cui caddi sulla strada, tutto era bellissimo, bellissimo, bellissimo.
Ma, eccolo qua, il colpevole! Il “ma”, il “ma” porta sfiga, tutto andrebbe bene nel mondo, ogni conflitto finirebbe, ogni ostilità cesserebbe, se si riuscisse ad eliminare il “ma”, questa congiunzione figlia del demonio, creatura di Satana, primizia dell’inferno. Lo si potrebbe catturare, quando meno se l’aspetta, non quando è lì pronto a presagire qualcosa di orrendo, anche semplicemente quando fa il suo misero e squallido lavoro, quello di avversare, non so, su una frase tranquilla tipo “presi il caffè, ma mancava lo zucchero”. Ecco, in quel frangente nessun “ma” si aspetterebbe di essere catturato, perché considererebbe la sua presenza estremamente futile e quasi innocua, diciamo proprio una semplice questione di lavoro quotidiana e invece dovremo catturarlo proprio in quel momento, quando è rilassato e non sospetta. Prenderlo, legarlo saldamente e portarlo in un luogo lontano, dove non si possano sentire le sue urla, tipo casa diroccata in campagna dove, per esempio, dalle mie parti ci hanno tenuto un paio di sequestrati. Una volta in questa casa issarlo, ben legato, sulla trave principale, tanto un “ma” la trave lo regge, un “ma però” di sicuro non lo reggerebbe, ma un “ma” da solo si. Iniziare a torturarlo, frustarlo, mettergli gli elettrodi sulle gambette della emme, e una pera medievale sulla “a” e continuare così, per ore, finché non spira definitivamente e lo togliamo dalla nostra lingua per “cessazione d’esistenza”. E così saremmo tutti più felici, la felicità è solo una questione di coraggio, di coraggio e crudeltà.

nell’immagine. L’arte della curva di Filippo Tommaso Marinetti (1930)

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