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Controsenso

Quando i corpi dei bambini palestinesi vengono dilaniati dai proiettili israeliani non macchiano di rosso le scarpe.
Non imbrattano i peluche in altre guerre destinati alle prime pagine.
Non scorre sangue nelle vene dei morti ammazzati dalle bombe occidentali.
Le centinaia di migliaia di madri e figli uccisi in Libano, Siria, Libia, Iraq non ci guardano dalle foto dell’annuario scolastico.
Non li vediamo spegnere candeline, tuffarsi in piscina, non hanno nomi in cronaca né facce. Le loro vite quotidiane di studenti, infermiere, portieri di calcio, vengono inesorabilmente ingoiate dalle macerie delle loro case polverizzate dalle bombe. I loro hobby, i loro titoli di studio, le canzoni che hanno scritto e ballato restano sepolte sotto la cenere di campi profughi e quartieri descritti dai giornali come “in fiamme”, quasi vi fosse accidentalmente divampato un incendio dopo che qualcuno ha gettato un mozzicone di sigaretta.

Delle vittime israeliane sappiamo tutto. Sogni spezzati, interviste ai parenti. I morti palestinesi, al contrario, spariscono. Per la cronaca sono “danni collaterali”, vittime incidentali di “incursioni mirate” e “interventi di difesa”, “scudi umani” esposti alla morte da “terroristi”.
“Colpiti anche due giornalisti”, riportiamo laconicamente dei cronisti uccisi nel conflitto dove muoiono più che in qualunque altra guerra. Vengono eliminati dai cecchini nel tentativo di nascondere le prove del “Primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire”, come lo ha definito l’avvocata irlandese Blinne Ni Ghrálaigh parlando a nome del Sud Africa alla Corte dell’Aja, che ha rifiutato la richiesta di archiviazione di Israele ritenendo fondate le preoccupazioni che muovevano l’accusa di genocidio.

Basta aprire i social per imbattersi – nonostante la censura dell’algoritmo – in migliaia di video che testimoniano atrocità che vedremmo in apertura dei tg, se a commetterle non fosse un esercito armato dai nostri governi.
Perfino le case, gli orti, gli ospedali, i parchi giochi, le panetterie, i monumenti palestinesi ridotti in macerie – Oltre due edifici su tre sono stati colpiti o distrutti dall’artiglieria israeliana, denuncia l’Onu – non hanno sui nostri media la dignità di quelli ucraini bombardati dall’artiglieria russa. La notizia della loro devastazione non ha alcuna rilevanza giornalistica.
La maggior parte dei commentatori televisivi ritiene che radere al suolo case e scuole non sia soltanto accettabile ma perfino democratico. Evidenziano come i bombardamenti abbiano avuto lugo dopo aver invitato abitanti e proprietari a spostarsi altrove. Non è forse questa una dimostrazione di superiore civiltà e democrazia? La sola democrazia del Medio oriente, a dispetto dei diritti che ha violato, dei crimini di guerra che ha commesso, delle sentenze che ha calpestato, delle condanne dei tribunali internazionali?

Nel tentativo di rendere meno assordante il silenzio mediatico e più evidente il doppio standard che ottunde il nostro sguardo, riposto sui social foto e video delle stragi dei civili palestinesi. Ogni volta c’è chi obietta che le cifre non sono attendibili, che si tratta di una finzione cinematografica, che non mi indagnano altrettanto le vittime di altri conflitti, che sto dalla parte dei terroristi, che sono evidentemente putiniana, antisemita.

Mio figlio è ucraino, mio marito ebreo, ma è un elemento trascurabile.

Piangiamo tutti i morti con la stessa intensità e la sola differenza che quelli ammazzati con le armi occidentali ci chiamano in causa. Tutti i massacri vanno condannati. Come opinione pubblica, possiamo e dobbiamo tentare di fermare solo quelli che alimentiamo con le nostre armi, le nostre tasse, le armi dei nostri alleati. Chi “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, come noi italiani per Costituzione, deve esigere il rispetto di quel principio da parte del proprio governo, custode della nostra Costituzione come lo siamo noi.
Il governo del mio paese non arma – e per fortuna! – Putin o Boko Haram e nemmeno Hamas o Hezbollah. Pur essendo solidale con la causa del popolo curdo, non chiedo al governo di inviare armi ai curdi né ai palestinesi o ai libanesi o agli ucraini ma di attivare canali diplomatici e aiuti umanitari, perché penso che proporsi di fermare la guerra con l’invio di armi e soldati sia un controsenso e un inganno ai danni dei poveri cristi spediti in trincea a massacrarsi tra loro nel nome di interessi che non li riguardano.

Ritengo però che la maggior parte delle critiche che mi vengono mosse siano in buona fede.
Non tutti quelli che condannano i razzi quando li lancia l’esercito russo sui civili ucraini e li giustificano quando li lancia il governo ucraino sui civili russi – e sulla popolazione ucraina del Donbass – traggono profitti dalla guerra.
Non tutti quelli che condannano un’invasione quando a invadere è la Russia e la legittimano quando a invadere è Israele sono a libro paga del Mossad.
Non tutti quelli che rabbrividiscono per le dichiarazioni di Putin che ritiene lecito ricorrere all’atomica tattica se viene messa a rischio la sopravvivenza della Russia ma non per quelle dei ministri israeliani che invocano l’atomica sui palestinesi che definiscono “bestie e non esseri umani” temono ripercussioni per la carriera nel caso in cui smettessero di coprire le malefatte di Israele.
Non hanno secondi fini tutti quelli che definiscono terrorista Hamas se rapisce i civili ma non Israele se lo fa da prima, detenendo migliaia di palestinesi, anche minorenni, senza processo e formale accusa in carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente violentati con oggetti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, come hanno rivelato le inchieste della stampa israeliana, e che non rintracciano gli estremi del terrorismo nemmeno quando Israele fa esplodere centinaia di walkie-talkie nelle cucine delle famiglie libanesi o tra i clienti in coda ai supermercati.

Molti di quelli che contestano la legittimità dei video dei massacri dei civili palestinesi e l’opportunità di rilanciarli hanno semplicemente studiato e letto i giornali. Studiato a scuola, dove assumiamo un punto di vista, quello delle élite occidentali, finendo per confonderlo con la realtà oggettiva.
Chi vede il fanatismo religioso di Hamas che invoca il martirio e non quello di Israele che si appropria delle terre altrui per volontà divina è come i due giovani pesci della storiella attribuita al filosofo cinese Confucio, 551 a.C. o – a seconda del punto di vista – al sociologo canadese Marshall McLuhan. Il pesce anziano chiede ai pesci più giovani «Com’è oggi l’acqua?» e quelli lo guardano basito: «Cos’è l’acqua?!». Così i tanti che credono che la storia cominci il giorno dell’attacco nemico, che tifano guerra certi di tifare resistenza, che invocano il diritto alla difesa dei soli popoli amici dell’Occidente. Sono inconsapevoli di essere immersi una “civiltà” che rivendica la superiorità sulle altre pur essendo fondata sulla schiavitù, il classismo, l’imperialismo, il colonialismo, il suprematismo bianco, il patriarcato, il capitalismo.

Non si domandano perché consideriamo menzogne quelle di Putin che asserisce di voler denazificare l’Ucraina (dopo aver finanziato l’estrema destra in tutta Europa!) ma non quelle del segretario di Stato Colin Powell che agita una bustina di antrace al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come prova che Saddam stia producendo armi chimiche, per giustificare l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.
Non si interrogano sul perché, per descrivere le intenzioni di Putin, attingiamo alle categorie della psiche come ferocia, malvagità, sete di potere e follia mentre per descrivere quelle degli Stati Uniti, ogni qual volta invadono un paese altrui senza essere stati attaccati, ci riferiamo a un “intervento militare” o a una “missione” e mai a un’invasione.
Non si domandano perché, quando gli Stati Uniti bombardano stati sovrani nel resto del mondo, parliamo di “unilateralismo” invece che di malvagità o follia. Eppure, le guerre dichiarate dagli Stati Uniti “al terrore” da quando, per consunzione, non si potevano più dichiarare “al Comunismo” (e combattute quasi sempre con l’Italia al seguito) hanno provocato oltre 4 milioni e mezzo di morti nella stragrande maggioranza civili, secondo il rapporto della Brown University.

Nemmeno ai loro occhi è lecito tirare in ballo l’arroganza dei governi americani, la loro connivenza con gli interessi dei produttori di armi e delle compagnie petrolifere, la presunzione dalla quale discendono le rovinose sconfitte – che non chiamiamo mai “sconfitta” ma “fine della missione”, “ritiro delle truppe” – che dal dopoguerra a oggi gli Stati Uniti hanno collezionato nel mondo, dalla Corea al Vietnam allo Yemen, l’Uganda, la Somalia, la Libia o l’Afghanistan il cui bombardamento venne giustificato con il pretesto di dare la caccia a Bin Laden che però era Saudita e stava in Pakistan.

Fin da piccoli, veniamo indottrinati a questo doppio standard senza averne contezza. Osservando planisferi in cui stiamo al centro di un mondo che però è sferico, studiamo “la scoperta” di continenti che erano già noti a chi li popolava e che abbiamo invaso sterminando quei popoli e appropriandoci delle loro terre. Liquidiamo quelle civiltà secolari in pochi paragrafi venati di condiscendente esotismo. Apprendiamo i vocaboli che servono a definire i genocidi – termine riservato allo sterminio degli ebrei nei lager nazisti – depurandoli di ogni caratteristica drammatica. Studiamo le guerre definendole “conquiste”, il colonialismo in parallelo all’epica che ne trasforma i crimini – con la complicità della religione occidentale di turno – in gesta eroiche: giovani invasati e superstiziosi armati dai tiranni per uccidere il prossimo diventano condottieri belli e forti, devoti cavalieri senza macchia. Ah, la devozione al potere assoluto! Spacciata per coraggio e lealtà, ci viene inculcata fin dai primi anni di scuola per fiaccare il nostro naturale istinto alla conservazione della specie e alla diserzione.
I grandi giornali non sono che la prosecuzione di quell’indottrinamento. Adottano acriticamente la terminologia imparata a scuola: quello della Russia ai confini della Russia è espansionismo; quello degli Stati Uniti ai confini della Russia è un piano di aiuti militari lascito di una “dottrina” (dal latino docere: “istruire”) che prende il nome dal solo capo di stato nella storia dell’umanità ad aver sganciato – e per due volte! – la bomba atomica sui civili, senza mai pentirsene o venire ricordato come un criminale o un pazzo. Crudeltà, pazzia, delirio di onnipotenza sono categorie riservate all’opposta fazione: a Harry S. Truman spetta la statua di bronzo installata con tutti gli onori nel santuario di Capitol Hill il 29 settembre 2022: appena due anni fa.

La maggior parte di quelli che rilanciano gli editoriali dei grandi giornali – a differenza degli editorialisti dei grandi giornali – non lo fanno per un ritorno economico ma perché sono condizionati dai libri dove la storia, come pure la geografia, è stata scritta dai vincitori e l’Occidente – “civilizzato” per definizione, anche quando pratica la pena di morte o lascia morire, nel paese più ricco al mondo, chi non ha i soldi per le medicine – è il garante dell’ordine globale: è Il titolare dell’ufficio che rilascia ai popoli le licenze di autodeterminazione e di diritto alla difesa, è il giudice monocratico che emette sentenze di resistenza e rivoluzione o condanne di colpi di stato e terrorismo a seconda dello schieramento di appartenenza, è il legittimo proprietario della matita che traccia i confini tra stati prescindendo dalla religione, la cultura, la lingua, i desideri e i bisogni di chi li popola.

E c’è una cosa che non riesco a smettere di pensare per quanto mi fa male. Capace che questi sono quelli che a scuola andavano meglio.

Pubblicato inGenerale

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