Quando è l’ora del tramonto, appena prima dell’imbrunire,
l’anima si prepara a mescere emozioni ed inizia a cercare parole, sguardi, gesti, profumi vecchi e nuovi, mai dimenticati e da dimenticare, cancellati ed incancellabili.
Marchiati a fuoco nell’anima.
Questo pot pourri di ricordi e profumi mi inebria e mi confonde più del nettare d’uva gradito agli Dei, gli Imperatori e gli Eroi ed io mi accorgo di non assomigliare a nessuno. Il mio piccolo ed indefinito corpo non ha alcuna parvenza di un Dio o di un Eroe eppure il mio ego lo ama e mi ama. Ne hanno vissute tante insieme per non farlo.
Mi sono innamorato di tanti sorrisi ma mai di nessuno che sapesse intimorire il mio sguardo, stroncarmi le parole sul nascere ed al tempo stesso carezzare il cuore diretto come un treno in corsa, senza parole né vane né importanti ma ricolme quel tanto che basta per dire di un grande bene senza parlare d’amore, di metafore inconsapevoli ed immagini nitide come certi orizzonti all’alba.
E cosa dire a chi sa parlare così.
A chi ti apre il cuore e te lo mostra in mano come fosse un fiore calpestato e ti dice con gli occhi: aiutami a ripiantarlo, non voglio che muore…
Non puoi fare altro che raccoglierlo, innaffiarlo, concimarlo e mettere dei piccoli sostegni alle fratture e sperare che si possano sanare, che nuove radici possano aggrapparsi alla terra fresca e la pianta tornare a fiorire.
E se questo succede sperare che si aggrappi come l’edera alla roccia, ad un tronco d’albero e che tu sia albero o roccia.
Altrimenti va bene anche giardiniere.


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