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Banco dei pegni

L’ aveva conosciuta qualche anno prima. Forse un lustro prima, considerando i tempi biblici della giustizia.

Uno sfratto. Poi era stata la volta di una multa. Infine quella pensione per invalidità che non volevano riconoscerle. Eppure aveva le carte in regola. Le patologie, la percentuale corretta, il reddito basso.

Un caso di routine per lei, una sorta di pastoia burocratica. Ma Angela sapeva farsi amare.
Arrivava all’ appuntamento sempre puntuale e sorrideva.

Ascoltava e non interrompeva mai.

Poi diceva: “fate voi”.

Giocava sempre con un anello antico al suo dito anulare vicino alla fede.

Lei amava gli anelli e quello era proprio bello per fattura e modello. Cesellato, sembrava una scultura in miniatura, un gioiello antico in un oro quasi rosso.

Angela lo girava e rigirava con le dita e solo quel movimento traduceva il suo nervosismo, il suo disagio.

Un giorno le aveva chiesto di vederlo e lei, felice, aveva messo la mano stanca di tempo e di rughe sulla scrivania. Non lo aveva tolto. Il volto le si era illuminato nell’ ascoltare i complimenti della sua interlocutrice.

“Apparteneva alla nonna di mio marito. Era l’ unico gioiello di una famiglia povera che si tramandava di generazione in generazione. Aveva supplicato la madre per averlo”

Era luminoso il volto di Angela mentre i ricordi affioravano a scaldare i suoi inverni. Il Natale in cui le aveva chiesto di sposarlo lo aveva messo al suo dito. Lei aveva pianto. Non aveva mai posseduto nulla di più bello. Non poteva ricambiare , aveva solo il suo amore da donare a quel giovane uomo che davanti a lei con quell’ anello le stava offrendo in pegno il cuore.

E aveva mantenuto la promessa Angela. Aveva amato quell’ uomo con lo slancio della gioventù, dentro la fatica, le rinunce, la povertà. Con la forza della maturità, coi figli da crescere, da educare. Con l’ ostinazione della vecchiaia , quando la memoria scalda come i baci, quando l’ abitudine è un mantello rassicurante. E il bruno dei capelli lascia spazio al grigio che si intrufola, poi si allarga e infine spadroneggia.

I capelli di Angela erano grigi adesso, senza rimpianto per i riccioli ribelli che erano stati un tempo.

L’ anello era stato sempre con loro ,fra loro. Anche da emigranti. Anche da stranieri, senza la parola, senza la dignità, in un altrove che conosceva solo la loro forza e la tenacia di resistere. Erano tornati per costruire, per restare in quella Italia fatta che attendeva solo gli italiani.

Mattone su mattone. Una piccola attività. Le conquiste e gli insuccessi , in quel pendolo costante che è il vivere. Poi la malattia di Lando. I debiti. Il declino. Inesorabile. Senza appello e senza riscatto. La morte. La perdita di un tutto. I figli lontani e quel pudore che fa dire sempre a una madre: “va tutto bene”.

Mettere giù il telefono e piangere senza farsi vedere neppure da se stessa per non turbare il Domani.
Angela. Una misera pensione arrivata quando non ci sperava più, grazie a quella donna che aveva davanti che le chiedeva del suo anello.

Era ancora da lei con quel foglio in mano. Un preavviso di fermo… L’ agenzia di riscossione le comunicava che se non avesse pagato entro cinque giorni una vecchia tassa inevasa tanti anni prima le avrebbero fermato la sua macchina.

Non era una cifra esosa. Ma per lei era enorme. Non poteva neppure chiedere ai figli. Quel periodo di quarantena a causa del virus aveva creato non pochi problemi. Lavoratori dipendenti erano stati costretti a restare in casa e la cassa integrazione non era stata loro ancora erogata. Avevano famiglia, bimbi piccoli. Come gravarli della sua situazione?

Aveva ascoltato in silenzio le parole che lei gli aveva detto:

“Angela, non ci sono gli estremi per fare il ricorso. Occorre pagare per evitare il fermo della macchina.”

Angela aveva deglutito. Le accadeva sempre dinanzi alle brutte notizie . Anche quando le avevano detto che Lando aveva solo pochi mesi di vita. Aveva deglutito e poi aveva continuato a sorridere. Perché si muore una volta sola e Lando non doveva morire ogni giorno leggendo il suo dolore.

Era andata via Angela. Era sera. Solo alla chiusura lei si era resa conto che la donna aveva dimenticato il documento sulla scrivania.

L’ avrebbe chiamata l’ indomani. Le dispiaceva. Quella donna aveva una forza non comune e una filosofia di vita che l’ affascinava.

Quella mattina faceva davvero caldo. Uscire indossando la mascherina era proprio una iattura. Aveva lasciato la macchina a parecchi isolati di distanza dal luogo dove si era recata. Per raggiungerla doveva necessariamente passare dinanzi al Monte dei pegni.

Ultimamente c’ era sempre fila lì davanti. Lei pensava con tristezza a quel luogo. Provava una morsa ad attanagliarle il cuore ogni volta che ne scrutava i volti ordinatamente in fila indiana.

Era tornata imperiosa la povertà in Italia. Ed era una povertà che infieriva sui ricordi, sugli oggetti cari, su pegni d’ amore prima ancora di divenire merci su di un banco.

Ognuno teneva fra la mani qualcosa di sacro, di importante che sperava di riscattare passata la bufera, l’ emergenza, la fame che spinge a barattare i ricordi.

L’ aveva vista. Era in fila Angela. Nel suo giaccone troppo largo, troppo lungo. Troppo di tutto, avvolgente come quella disperazione che celava dietro il suo sorriso benevolo.

Avrebbe voluto chiamarla. Girava e rigirava quel suo anello fra le dita.

La donna non l’ aveva vista.
Lei aveva proseguito il suo cammino , il cuore pesante di una tristezza immotivata o,forse, troppo motivata e partecipata.

Avrebbe chiamato Angela nel pomeriggio per darle il documento con cui pagare il suo debito all’ erario.

Era arrivata puntuale e sorridente come sempre.
Si era seduta davanti a lei.
Stava per darle il foglio , quando vide che l’ anello non era più al suo dito. Non ci giocava Angela col suo portafortuna.

Lei capì e, improvvisamente comprese anche cosa fare…

“L’ ho chiamata per dirle che possiamo fare causa. Ho trovato cavilli importanti che la faranno vincere sicuramente. Non ci sono spese da sostenere!”

Angela taceva.
“Non è felice?” le aveva chiesto lei.

La donna l’ aveva guardata e raggiante le aveva detto: “posso riprendere il mio anello”

Lei aveva finto di non sentire.
L’ aveva accompagnata alla porta. La piccola Angela l’ aveva abbracciata: “Che Dio la benedica”

Domani Angela avrebbe riavuto il suo tesoro, e lei sarebbe andata alla posta a pagare quella sanzione. Per Angela e per coloro che aveva visto in fila al Banco dei Pegni a impegnare la loro Dignità.

Un giorno qualcuno le aveva detto –

“Dovrai imparare ad avere il ‘cuore col pelo’ se vorrai sfondare in questo mestiere”

Non era ancora quel tempo si disse. Sorrise. Chiuse le luci e torno’ a casa.

nell’immagine: foto del Banco dei Pegni di Messina

Pubblicato inLuoghi del Cuore

Un commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Scrivi molto bene: descrivi luoghi, fatti e persone e poi “zummi” sui particolari che così diventano indimenticabili. L’anello: in questa storia. Credo che non sia solo una capacità tecnica, mi piace pensare che sia piuttosto una tua prerogativa umana, cesellata dalla tua generosità e sensibilità d’animo. Doti che in questa storia risplendono appieno.

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