Lo conosco da 57 anni, mese in più giorno in meno.
Come fra fratelli veri, i ricordi l’uno dell’altro si perdono nel buio della memoria: affiorano, a tratti, immagini, scene, situazioni.
La Chiesa mentre si celebrava il funerale di mia madre e mi bastò guardarlo avvicinarsi per sciogliermi in lacrime abbracciato a lui: le nostre madri amiche strettissime ci avevano lasciato quasi insieme e troppo presto per permetterci di salutarle per bene.
Le immagini di quel paese che mi sembrò da subito impervio ed inospitale dove inseguimmo il progetto di fidanzarci con due sorelle: lui riuscì con la più grande che poi divenne sua moglie, io ero troppo endocrinamente in ritardo per suscitare un qualche appeal su quella più piccola, dal nome di un angelo, ma dai bisogni di scoperta adolescenziali pressanti.
Poi quell’anno di ingegneria insieme, quando io stavo lì ma con la testa altrove e solo per coronare il sogno di mio padre: finì come doveva finire, lui divenne ingegnere aerospaziale e girò il mondo, io presi altre strade.
Come si fa nei bar del paese in cui sei nato ma dal quale sei andato via a cercare fortuna, ci siamo ritrovati ogni tanto, saltuariamente; ci siamo cercati nelle svolte delle reciproche vite, abbiamo confidato l’un l’altro delusioni e sogni, abbiamo parlato di progetti.
Diversi ma alla fine simili. Lui, Armando, estroverso, trascinatore, affabulatore, cabarettista, tutto cuore e passione, musicista eclettico e instancabile ricercatore di sound e di arrangiamenti.
Non lo ricordo senza una chitarra, senza un largo sorriso e senza un attacco di ballad ritmata, ma sempre uguale per arrangiamenti diversi, con gruppi dai nomi e componenti differenti dei quali lui è stato sempre l’animatore prezioso, il collante, il leader per determinazione, se non per competenza.
E poi al mio matrimonio, tardivo come l’uva appassita che distilla il nettare più intenso, quando ricostituiamo la band della nostra adolescenza, a suonare insieme per una sera per festeggiarmi e dirmi che sì! va bene così! si deve vivere buttando sempre il cuore oltre ogni ostacolo: fosse il tempo che passa, la pelle che si aggrinzisce e la mente che falla.
Infine il lockdown. L’ultima band di Armando, i SOB, che, suonando a distanza, montano una parodia su un vecchio pezzo di Renato Carosone: lo intercetta sul web, Renzo Arbore, l’immarcescibile appassionato di musica e di napoletanità, e lo rilancia nel suo canale, lo sponsorizza, lo promuove. Armando con la sua ultima band, i SOB, va in televisione, ha milioni di visualizzazioni in tutto il mondo, monta altre canzoni per la trasmissione di Arbore, rilascia interviste a giornali e radio: il successo e la fama arrivano a 71 anni.
Li compie oggi, 21 giugno.
Sembra una favola. Invece è solo una bella storia.
Auguri fratello mio! La vita è adesso!


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