I confini dell’anima, per quanto cammini, non li trovi nemmeno a percorrere tutte le strade. Era l’ansia che disturbava, il bisogno del limite, del confine, mentre il suo principale problema era comprendere. Pensava di affidarsi ai principi, per ogni ragionamento; questo significa avere sostegno dall’intelletto. Per questo e con questo, inizia il suo percorso di scelta o discernimento. Scelse quello che pensava da tempo, così nella sua mente, idealisti, ottimisti, spiriti religiosi, il libero arbitrio, i monisti con i dogmatici , li collocava tra i cuori teneri. I cervelli forti, si attengono ai fatti, tutto sta nelle sensazioni, poi sono materialisti e pessimisti, spiriti irreligiosi, determinati ma anche pluralistici e scettici. Questa la seconda categoria del suo sistema . Pensava a questi due campi o categorie. S’accorse d’essere al centro di un arcipelago di tendenze che in luogo a far luce dentro di se, l’incupiva, cercava piacere, allegria. Stava male e se ne rendeva conto. Un rifugio coerente era il suo pensatoio, per una sorta di opportunità. Lo raggiunse lasciando la città di pietra che si era trasformata in un luogo insano, inquinato dalle luci biancastre, dal vetro e cemento; era fredda impersonale, artificio dionisiaco per frastornare il viandante senza storia e senza passati, un incredibile presente, più che segno dell’opera onesta del costruttore. Pensava che il viaggio tracci, segni la mutazione, il distacco, il confine da luogo antropizzato a luogo di vite altre, soprattutto luogo del silenzio che in segreto, amava perché era la parte più importante della musica, quella del suo cuore. Si rallegrò delle sue ragioni. Il treno che la conduceva era come un passaggio, un luogo impersonale dove, se non fosse per le scritte dei grafitai, sarebbe anonimo, tuttavia quei segni spruzzati diseguali, mutevoli, ma simili, ripetevano la monotonia della città, in campagna tra il verde dei tralci e degli alberi di contorno, sembravano ostili al contesto si poteva concludere la loro estraneità, come segni marziani o alloctoni. Il noleggiatore d’auto di servizio, Nicla, lo conosceva dal tempo delle gite dalla nonna. Raggiunse con lui, in pochi minuti la sua residenza di conforto. Si lasciò cadere nei cuscini di anzi al caminetto, credeva fossero sistemati come di consuetudine, il casaro, aveva cambiato ordine. I cambiamenti , sono un arricchimento emozionale, proprio in questa avita dimora erano nate le idee più brillanti che sostenevano la sua attività. Pensava da tempo ad un ordinamento diverso degli arredi, questo pensiero tornava solo per scansare l’approfondimento dell’arcipelago di tendenze e idee che in luogo a far luce dentro di se, sobillava altre, che frullavano in testa ripetitive e turbinanti. L’ unico tema presente era un ordito di nuove trame . Questi pensieri sono come le scuse imbarazzano, la sospendevano agile tra nuvole rosa, contemporaneamente l’inquietavano. Era l’inquietudine la guida di questo giorno in questa casa, forse l’ostacolo alla realizzazione del magnifico sogno che aveva fatto. Tessere una tela d’incanto. Un capolavoro. Una tela di parole e pensiero che l’intelletto avrebbe consentito ad una sola condizione, quella di materializzarsi ora dianzi a se. Correva a ripensare al riordino ma le idee davanti alla scena svanivano e diventavano irraggiungibili. Era lo scherzo della sua inquietudine, se ne rendeva conto, mentre non percepiva come il tempo fluisse lento. Bussò decisamente, si preoccupò, si fidava del casaro, avrebbe filtrata l’intrusione o l’arrivo di ogni estraneo imprevisto. Non attendeva nessuno, perché nessuno aveva avvertito della sua partenza. Voleva incontrarsi con se stessa nel silenzio e che fosse quel silenzio che riempisse di senso la sua vita, la sua anima. Quel colpo deciso all’uscio del suo rifugio, metteva pensiero. Pensò d’ascoltare per udire parole, richieste, che sarebbero intercorse tra il casaro e l’ignoto postulante. Chi sarà costui? I pensieri frastagliati non li permettevano di percepire verbo o sospiro ed era meglio così. L’ordine impartito era stato perentorio: -Non ci sono per nessuno!- Lui, aveva confermato ed era una saracinesca rispetto il mondo esterno, come nel rispetto delle consegne. Voleva l’idea per la sua trama, d’altro canto il suo lavorio nel tessere, avrebbe dovuto agevolare, al contrario l’intralciava. Il tintinnare del campanello, proveniente dalla stanza da pranzo, la interrompeva e le annunciava che la cena era pronta. Se passava quell’ora, il casaro, preciso come la morte, si sarebbe ritirato nel suo appartamento. Pensò che la fame fosse con l’appetito un intralcio al suo pensare. S’alzò per non udire il secondo scampanellio. Il profumo del cibo l’indusse a sedere, a nutrirsi. La sua testa era sconvolta dalle idee turbinanti. La memoria giocò un brutto scherzo. L’anima si era perduta e la cenere invase con la polvere tutto il respirabile. Quando giunsero i soccorsi la voragine aveva inghiottita la casa ed ogni cosa contenuta ma anche di più. Si sconvolse nelle macerie e la sua voglia di sesso, che come ultima opportunità avrebbe regolato la sua pervasiva malia. Scomparse, il casaro disperso con lei, diventati entrambe maceria.
Anima
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