Aspetto che si riattacchi la pelle, la mia pelle. Sarà come sempre. Ogni pezzo si attacca da sé ad un altro pezzo e in un tempo che si chiama afasia tutto si ricompone, quasi come prima. Nel tempo dell’afasia il volto non riesce a parlare, deve intrecciare, tessere, tramare tele ricoprenti la nuda parola che altrimenti esploderebbe sulle facce della gente. A volte il flanger mixato col delay simula la sensazione del sangue che cola, è un’idea, una sensazione che la musica porta all’esperienza dei sensi, eppure non esiste sangue, ma solo questo suono, questo gluglugluuuuuugggggggggggg, che a volte diventa rosso e macchia tutto.
E’ il suono dei nostri padri, delle nostre madri, è quel gugugluglu che, ignorando ogni sintassi sociale ed individuale, entra e a volte esce, dalle nostre vene. E’ il suono della nostra piccolezza, della nostra casa, del nostro recinto, fuori dal quale saremmo sempre e per sempre stranieri.
Ha un bel dire l’ebreo e la sua chiocciola, ma nessuno meglio di lui sa quanto l’esilio non rafforzi la certezza di quel suono. Ha ragione l’orientale, figlio del cielo, eppure piantato fino al collo nel fango di questa terra, ad ascoltare questo rumore, il rumore del sangue che scorre, e la pelle continuerà a riattaccarsi, ancora.
nell’immagine: studio su faccia scomposta di Simone Lingua


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