E’ un vecchio tavolino rettangolare, basso con gambe fine e squadrate in ferro. Ricorda per le dimensioni uno di quei piccoli tavoli da the giapponesi.
Di che anno sia e da dove arrivi con precisione non si sa, l’ho sempre visto in casa da quando ero bambina.
Ci giocavo a servirci sopra prelibatezze, tra cui gli ottimi spaghetti Iridella a base di fili di lana colorati, pezzo forte tra le mie portate.
Si trasformava nella mia scrivania d’ufficio, con uno spazio tutto per me da occupare con fogli e pennarelli che ai miei occhi e alle mie ridotte proporzioni sembrava grandissimo.
Mi ci infilavo sotto e mi dava un senso di protezione quando il cielo tuonava, ma anche per fare le coccole a Briciola, la micia di allora.
Un tavolino, mille storie.
Per un lasso di tempo non quantificabile non è più nei miei pensieri e non so che fine abbia fatto.
Poi in adolescenza mi ritorna in mente, ne sento il bisogno e sarebbe l’ideale sotto la finestra di camera mia.
Inizio a cercarlo insistentemente, trovarlo diventa il mio obbiettivo.
Lo scovo nel magazzino coperto da un lenzuolo bucato. Lo libero dal peso di due scatoloni e lo spolvero con attenzione. Il piano giallo ocra ha perso di lucidità e la parte sottostante al vetro è attraversata da due crepe ramificate come fulmini.
Lo posiziono dove da giorni l’avevo immaginato, nascondo le sue ferite sotto un mantello color petrolio ricamato da soli e lune ton sur ton. Sopra ci metto un porta incensi, una tartaruga di legno con il guscio che si apre e un piccola statuina di buddha. Diventa il mio altarino e ritorna a far parte della quotidianità.
Ad un certo punto decido di toglierlo di mezzo, lo rimpiazzo con un tavolo vero e proprio, a grandezza naturale.
L’ho scartato, di nuovo non so dove possa essere e da qui parte un altro vuoto temporale in cui non mi curo più di lui.
Fino a qualche giorno fa. Lo rivedo in quello che era il mio garage, ora rimasto vuoto. Stavolta è soffocato da un nylon, il colorito sbiadito e completamente ricoperto da tanti capillari rotti.
Le gambe arrugginite ma sempre diritte. Lo fisso e senza pensarci due volte lo carico in baule.
Stavolta senza averne una precisa necessità, ma giusto in tempo per evitargli la triste vista della discarica.


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