Si dice che Ippocrate fosse un discendente di Esclapio, fu certamente un pioniere dell’arte medica vissuto in Grecia a cavallo tra il V e il IV secolo a.c.
Nel 412 a.c., in una delle sue permanenze a Périnto, una città portuale sul mar di Marmara (non lontanissimo da Istanbul), dovette entrare in contatto con una strana malattia.
”Le tossi cominciarono al tempo del solstizio d’inverno, al quindicesimo e al ventesimo giorno, in seguito al cambiamento frequente di venti del meridione e del settentrione e del tempo nevoso. Alcune durarono poco, le altre furono lunghe; ad esse seguirono frequenti casi di peripneumonia”.
”In taluni la tosse fu poco intensa e di facile crisi, in altri la gola si infiammò, in altri ancora comparvero angina e febbre. Le donne non soffrirono allo stesso modo della tosse; poche ebbero la febbre e tra queste pochissime caddero nella peripneumonia. Attribuii questo sia al fatto che non escono come gli uomini, sia al fatto che anche nelle altre affezioni, non sono colpite come gli uomini”.
”Frattanto molti furono colpiti, molti guarirono, gli altri perirono. In generale il male era benigno, e sopportabile, ma per coloro il cui respiro era innalzato il decorso fu pernicioso. Per tutti questi malati non si ottenne alcun vantaggio ne’ con il massaggio, ne’ purgando il ventre, ne’ salassando. Questa tosse continuo’ a persistere durante l’estate e poi cessò”’
(Ippocrate, Libro sesto delle “Epidemie”, Corpus Hippocraticum).
Ma oltre all’infezione polmonare (peripneumonia) Ippocrate descrive anche altri sintomi: mal di gola, difficoltà di deglutizione, dolori diffusi e in alcuni casi anche cecità notturna e paralisi degli arti inferiori. Annota pure che la malattia aggredisce più frequentemente gli uomini rispetto alle donne – che nella Grecia antica svolgevano vita separata dall’altro sesso e confinata nelle mura domestiche- così come il suo decorso è talvolta letale e doloroso e altre definiremmo oggi quasi “asintomatico”. E usa la parola “epidemia” facendone per la prima volta un termino medico. Letteralmente significa “sopra il popolo” come qualcosa che incombe, come la nebbia o un pericolo o, come intese Ippocrate, come un insieme di sintomi concentrati in un’area geografica, presso una specifica popolazione e per un determinato periodo di tempo.
Ippocrate, nella sua relazione sull’episodio della «tosse di Périnto», trascrive anche una serie di «gesti di protezione» e invita i périnti a rispettarli. Tra questi il distanziamento tra le persone, arieggiare gli ambienti chiusi e il tenere sempre coperti la bocca e il naso.
Dalle sue note apprendiamo che poi con l’arrivo del caldo l’epidemia cessò.
Quella di Périnto non fu la prima volta di un virus letale ed epidemico, altre volte la civiltà umana l’aveva conosciuto e innumerevoli altre lo avrebbe incontrato anche in modo catastrofico.
La tosse di Périnto non è certamente il Covid 19, probabilmente era un fenomeno simile e anticipatorio, ma alla luce delle note di Ippocrate quante similitudini ci sono con l’oggi?
Due per tutte, allora come oggi la parte della popolazione più debole e povera fu la più colpita e l’incredulità e per certi aspetti il senso di impotenza dei medici. Solo che 24 secoli fa lottavano a “mani nude” e con poca esperienza, oggi sono costretti a fronteggiare il virus con una sanità devastata dai tagli e dalle chiusure e dalla speculazione miliardaria sui vaccini. A proposito se
è fondamentale vaccinarsi, come lo è, perché la ricerca scientifica non ha lavorato in tutto il mondo collettivamente, evitando la concorrenza, la dispersione di forze, di tempo, i tentativi inutili, ecc.?
Ippocrate, nel cui nome i giovani medici giurano al momento della laurea, forse avrebbe scosso la testa…
nell’immagine: Ippocrate, disegno tratto da ilclubdellibro.it


Quanta passione per la descrizione dei fatti. Quanto amore per la conoscenza e la verita. Sebbene anche allora ci fossero macchine della menzogna ben congegnato il paragone con il momento attuale non regge, forse perché gli antigeni della menzogna sono deboli e pochi…