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10 novembre. Una giornata particolare: “perché non io”.

Una giornata particolare quella di oggi. Così siamo abituati a dire quando facciamo qualcosa di diverso dal solito.
Ho partecipato ad un convegno sulla “restorative justice (il volto umano della giustizia)” organizzato da don Franco Esposito – cappellano del carcere di Poggioreale a Napoli.
Mi sono mosso da casa presto e sono arrivato davanti al carcere con largo anticipo.
Ho potuto contare le centinaia di guardie che entravano e uscivano – dal portone principale – per prendere servizio o cessarlo.
Donne e uomini, giovani e meno giovani, anziani che erano pronti, nelle loro divise, ad affrontare la loro giornata dietro le sbarre o rientrare a casa dopo una notte passata rinchiusi.
Ho visto, in fila, i parenti degli ospiti che attendevano di entrare per il colloquio con il loro caro, portavano grandi borse di tela con dentro ciò che poteva allievare – per qualche giorno almeno – la condizione di chi avrebbero – di lì a poco – incontrato e, forse, abbracciato.
Ho preso, prima di entrare, nell’unico che si trova proprio di fronte al carcere un caffè.
Il bar si chiama “l’Angolo della Libertà”. È molto più di un bar; vende di tutto, ed è conosciuto – da noi napoletani – come il bar dove si piange, si strilla, si raccontano storie del carcere e delle persone che vi vivono.
Entrato dal portone principale, un agente ha controllato se fossi nell’elenco dei partecipanti, sono stato identificato, mi è stato chiesto di lasciare il documento, deporre cellulare e borsa in un’apposita cassetta metallica che ho potuto chiudere trattenendo la chiave.
Ho potuto tenere con me solo la mia moleskine e la penna per prendere appunti.
Mi sono sentito spogliato, privato di qualcosa di me ed il mio pensiero è andato ai circa 2000 ospiti che, in questo momento, sono rinchiusi in questo luogo. Essi, sicuramente, all’ingresso non hanno ricevuto il trattamento riservato – oggi – a me e non vengono privati solo delle cose superflue che io oggi ho dovuto lasciare.
Sono stato – insieme ad altre quattro persone – accompagnato alla sala del convegno: la chiesa del carcere.
Per giungervi – scortati da due agenti della polizia penitenziaria che si sforzavano di essere il più cortesi possibili con noi – abbiamo attraversato lunghi corridoi, tanti cancelli che si aprivano per consentirci il passaggio e subito si chiudevo alle nostre spalle una volta attraversati e tanti metal detector. I cancelli si aprivano e chiudevano accompagnati da quel rumore unico che tanti di noi hanno forse sentito solo nei film e che mi hanno riportato, con il pensiero, al carcere di Pozzuoli che ho frequentato – per circa tre anni – come volontario.
Arrivati in chiesa ognuno ha preso il suo posto assorto nei suoi pensieri e nella sua preghiera semmai.
Il mio primo pensiero è stato quello che a 64 anni ero entrato nel carcere di Poggioreale dove 2000 uomini sono rinchiusi, privati della libertà e di tutto quello che a noi sembra scontato e dovuto.
Mentre ero inginocchiato al mio posto mi sono venute alla mente sia le parole di Papa Francesco: “perché non io” sia i tanti discorsi fatti da ragazzo e giovane, nei vari gruppi e contesti, in merito alla responsabilità sociale di ognuno di noi e della collettività per quella che è oggi la condizione delle carceri nel nostro paese.
Un pezzo di mondo che, immancabilmente, allontaniamo sempre di più da noi e del quale poco parliamo, per il quale – spesso – niente facciamo perché cambi.
Una delega bianca, la nostra, rilasciata agli addetti ai lavori e a quelle poche persone che – come volontari o a vario titolo – si fanno carico di essere di essere, per alcuni dei circa 60.00 rinchiusi, una finestra sull’esterno, una spalla su cui appoggiarsi per qualche minuto, una mano da poter stringere che non sia quella del di un suo familiare o di un compagno di cella.
Ho pensato che siamo – spesso – solo pronti a scandalizzarci ogni volta che leggiamo o veniamo a sapere di eventi traumatici avvenuti all’interno degli istituti di pena (suicidi, rivolte, ecc.) per poi – passato lo sdegno iniziale – riprendere il nostro tram tram quotidiano concentrati su noi stessi e sul nostro io.
Attenti ed occupati a realizzare, frequentemente, tutte cose autoreferenziali che pongono il nostro io al centro del nostro agire e dove gli altri sono la cornice del nostro evento o la platea alla quale ci piace rivolgerci per strappare qualche applauso.
Del convegno vi dirò, forse, in altra occasione.
Non posso non dirvi che si è concluso con un piccolo sobrio buffet: sono stati serviti spicchi di pizza fatti da un gruppo di detenuti inseriti in un progetto di reinserimento; oggi quel gruppo riesce a produrre, in una giornata, circa 200 pizze. Sono tornato a casa – passando nuovamente per il bar a salutare – con la speranza che quel mondo, con l’impegno di tutti, possa cambiare e quei luoghi possano non essere più luoghi dove scontare una pena ma siti dove poter preparare un adeguato rinserimento di un fratello che ha commesso un errore.

Rosario Esposito

Pubblicato inSogni

28 commenti

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